martedì 29 dicembre 2009

"Una pietra di burro". Aldo è il protagonista.

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Cari amici. Come promesso è iniziata l'avventura del mio terzo libro. "Una pietra di burro", sarà una storia contraddittoria, passione e violenza, dolcezza e paura. Un romanzo? Anche, ma diverso. Ho deciso di esplorare nuovi percorsi, per cercare di intrattenervi in una nuova avventura, diversa da quelle che vi ho potuto far leggere fino ad oggi.
E' con piacere che vi presento uno dei protagonisti: Aldo.
A presto.

Giovanni

Aldo

Non è mai stata così forte in me, la voglia di poterle dare uno schiaffo, per metter a tacere quella sua stupida voce, capace solo di spargere infelicità, insoddisfazione e cattiveria, dettati solo da stupidi vizi, e dalla consapevolezza di non valere più di un centesimo. Ma anche quelle volta, non riuscii a battere quella maledetta forza che impediva di dare sfogo alla mia impulsività. Quante parole e quanto tempo speso ad ascoltare quell’ inutile suono. Mi chiedevo come facesse Aldo ad avere tutta quella pazienza. Tutti i giorni il suo essere sicuro, e forte veniva piano piano, a sua insaputa, scalfito da un goccia cinese che cadeva sempre nello stesso punto. Più passavo i giorni e più quella piccola e insignificante goccia riusciva a scalfire e a penetrare la forza di quell’uomo. Ma chi era Aldo? Un tempo uno spensierato provincialotto di origini pugliesi che per lavoro, per amore e per infiniti motivi, si trovò a vivere a None. Un piccolo puntino di Google Heart in provincia di Torino, con seimila abitanti e nulla intorno, se non vecchie fabbriche della Fiat e di grandi colossi industriali, travolti dalla crisi, e rimasti animati solo più da sudici gatti randagi. Oggi la stessa persona che vivo da trentasei anni è una roccia fredda, con molte scalfiture, più una grande e profonda che stava per arrivare al suo centro, ma che per fortuna non c’è riuscita. Ogni goccia, è stato un giorno di merda. Nessuna via di mezzo nessun francesismo. Semplicemente uno stupido giorno di merda che logorava il suo essere a sua insaputa, rendendolo chiuso e repulsivo a ogni forma di sentimentalismo. Aldo, era il più grande uomo che io ebbi mai toccato. Non ne avevo dubbi, e dall’basso del suo spirito di osservazione, lui conosceva bene il suo valore che però, un giorno d’estate, prese e lo mise in un cassetto destinato alla via del dimenticatoio. Nessun vizio. Non fumava, non si drogava, non viveva notti mondane. Aldo era un cattolico praticante, che esprimeva i suoi sentimenti e i suoi sogni con le sue mani. Da anni le usava per dipingere i suoi pensieri e i suoi sogni in incantevoli note di piano forte. Una volta lo faceva per passione, ma con il passare del tempo, lo faceva per necessità. Quando i suoi pensieri erano assordanti, o i suoi sogni diventavano nebbia, mollava tutto, scendeva nella tavernetta di casa sua, e si sedeva sul seggiolino nero laccato. Qualche istante, poi apriva la tastiera e rimuoveva il panno di velluto rosso che la proteggeva. In quel preciso istante, tutto si azzittiva. Aldo cominciava a parlare. Non con le parole, ma con la sua musica. E’ capitato anche che mi facesse suonare per ore, fino al momento in cui, come se le note le avessero profuso una soluzione a qualcosa di indefinito, o gli avessero dato un coraggio che non gli apparteneva, mollava tutto per uscire di casa. Al rientro, sudato e sporco, riprendeva la musica. Ma la maledetta goccia che lo logorava, aveva smesso di picchiare su di lui.


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