venerdì 31 luglio 2009

Torino Cronaca: nuovo articolo sul mio romanzo e sulla mia iniziativa. Siete voi l'oggettivazione del mio pensiero

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Oggi ho ricevuto una telefonata. Era una gentilissima giornalista che mi comunicava l’uscita di un piccolo articolo su un quotidiano torinese della scorsa settimana. Inutile nascondervi quanto mi ha fatto piacere questa notizia. Credo che mal contato, questo sia il decimo articolo uscito sul mio libro e sulla mia iniziativa, e rifletto quotidianamente su quello che sto cercando di costruire con ferma convinzione. Sono felice di utilizzare la mia letteratura come strumento di sensibilizzazione. Da subito pensavo che sarebbe stata una bella iniziativa, ma spesso mi sono chiesto qual è il limite che demarca una riflessione soggettiva da una oggettiva. Tutti noi pensiamo di fare sempre del bene, o ci giudichiamo sempre “positivi”, ma come facciamo a oggettivare la nostra analisi? Quando e come possiamo realmente capire o avere la conferma della bontà del lavoro di quello che facciamo? Sono sempre stato contrario alla soggettività di giudizio. E’ come una roulette russa. Trovi davanti a te la persona che deve giudicare un qualcosa che potrebbe cambiarti la vita, magari ha mal di stomaco e tu sei rovinato. Ricordo un compito in classe che io copiai dal libro e che passai ad altri due compagni. Lo stesso lavoro fu valutato con un quattro, un sei ed un otto. Non vi erano differenze. Solo e semplicemente la soggettività del giudizio in relazione all’oggetto da giudicare. E’ un arma pericolosa, non vi è regola, il giudizio del tuo lavoro, il lasciapassare verso un futuro diverso in mano a qualcuno che ti giudica. Quindi non devi piacerti, devi piacere a lui.


E’ un arma pericolosa il giudizio, ed è un’arma pericolosa essere giudicati. Quando troveremo l’oggettività nel valutare noi stessi davanti uno specchio per sapere quello che realmente siamo? Io ho smesso di giudicarmi, semplicemente mi limito a capire attraverso voi, quello che riesco a trasmettere e quello che sto cercando di realizzare. Mi limito ad ascoltare quello che hanno da dirmi i miei amici, i miei cari o gli sconosciuti con cui scambio parole. E allora forse la risposta l’ho trovata … è chi ci circonda, nella sua completezza, che rappresenta la nostra oggettivazione, basta solo ascoltarla.

Giovanni Blandina.

www.giovanniblandina.blogspot.com

giovanni.blandina@tiscali.it

giovedì 30 luglio 2009

"Non è più come una volta..."

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“Non è più come una volta”, una frase che i nostri genitori ci avranno ripetuto non migliaia di volte.La società è mutata, le esigenze dei giovani sono diverse, così com’è cambiato il modo in cui si socializza. Una volta, tanto semplice, (…da dire, più che da fare), si vedeva una bella donna, ci si presentava, la si invitava a ballare e magari, la stessa donna ti accompagnava fino all’eternità, scoprendone, durante il percorso, tutte quelle sfaccettature caratteriali che non emersero il giorno dell’incontro. Un po’ perché emozionati, un po’ perché drogati dall’imprevisto, un po’ semplicemente perché non vi era il tempo materiale di far emergere tutto in quella magica sera. Una volta forse si aveva molta meno paura di conoscere nel tempo il carattere di quella principessa o di quel principe, che quella notte aveva scombussolato il nostro stomaco. Oggi si ha paura di scoprire il carattere di una persona. Forse i nostri genitori e i nostri nonni, avevano una personalità meno complessa da capire, non c’era la televisione, non occorreva rincorrere mode che cambiavano ogni dieci minuti, cera poco e di quel poco ci si accontentava, ma, soprattutto perché vi erano dei punti saldi sul quale non si transigeva: l’uomo era l’uomo e la donna era la donna, con tutti gli oneri e i doveri, e tutti i pro e tutti i contro. Oggi non ci si conosce solo in discoteca, in un locale, in una galleria d’arte. Oggi c’è Facebook, decine di Chat, cellulari spaziali per mandare decine e decine di Sms. Oggi migliaia di ragazzi e di ragazze, ma non solo loro, passano ore e ore davanti al computer a chattare con una persona che non conoscono, che non vedono, ma che magari conosceranno o vedranno. Senza escludere la pazza possibilità che magari s’innamoreranno, di un amore platinico, nato, non per il sorriso, non per lo sguardo, ma per le parole, e io non posso, per natura, restare indifferente alle parole, al loro peso e alla loro grande potenza. E’ innegabile che si sia perso il piacere del contatto, le mani e la voce non tremano più davanti ad una ragazza che ti fa impazzire, ma non è poi tutto da buttare via, perché è si, tutto diverso, ma non è detto che manchino le emozioni. Può accadere che quando proprio non te lo aspetti una persona che non conosci se non per il suo profilo e per qualche parola scambiata, ti lasci il suo numero di telefono, e magari alle ore passate al pc, si sostituiscano ore passate al telefono, e non è detto che un giorno, per qualche stupida affinità, o per un qualsiasi stupido motivo, non ci si decida di incontrarsi. Dubito che non sarà un incontro emozionante, ma chi avremo di fronte? Una persona che non abbiamo mai visto, che non conosciamo ma che in realtà di lei conosciamo già tutto, una persona di cui non conosciamo la forma del sorriso, ma che sappiamo già capire e ascoltare. Conosciamo già le sue paure e le sue certezze. Oggi è così, moltissimo tempo è impiegato per allacciare o mantenere relazioni con i mezzi della tecnologia, ma poi alla fine, credo che anche questi strumenti possano lasciare dentro di noi esperienze importanti. Sono semplicemente i tempi che cambiano e noi, con essi ci adattiamo, perché quello che una volta era il “di più” oggi è l’indispensabile, così come il nostro “di più” sarà l’indispensabile per i nostri figli, e ne sono sicuro, anche tutti noi diremo a loro “Non è più come una volta…”

Giovanni Blandina

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mercoledì 29 luglio 2009

Oggi compio 30 anni e vi regalo "Una goccia di gioia"

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Oggi, compio trent'anni.
Un anno, particolarmente sentito. Sto ricevendo tantissimi messaggi di auguri e vi ringrazio moltissimo, veramente non avrei mai creduto. A tutti voi quindi regalo la mia iniziativa, "Una goccia di gioia", per la donazione del sangue e che, come tutti sapete è legata al mio libro "IO. Una lacrima di gioia".


Grazie tante.
Giovanni

lunedì 27 luglio 2009

Colpa della crisi...

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“Colpa della crisi”.

Quante volte in questi giorni, anzi in questi mesi si sentono dire queste parole. Tv, radio, giornali, ovunque si parla di crisi. Aziende che chiudono, persone lasciate a casa senza un lavoro per una crisi che, poi, colpisce solo chi già vive una vita di “crisi”, di stenti, e lascia indifferenti quelli che di soldi ne hanno già tanti, perché ereditati o perché abili nel farli. Le aziende motoristiche sono in crisi, ma solo le generaliste, Ferrari e Lamborghini vivono in un isola felice inanellando, in anni di crisi, record di vendite. Ma veramente questa crisi è tanto grande? Veramente è diventato tutto così drammaticamente difficile? Io non ci credo. Oggi secondo me “la crisi” è diventata la frase dietro la quale, spesso, si nascondono altre verità, più amare, più difficili da dire e meno facili da metabolizzare. Un enorme dito dietro il quale troppe persone si stanno nascondendo. Ma la cosa che veramente mi lascia interdetto, è la sensazione di arrendevolezza che ha investito chi, la crisi, la sta patendo. Come se sia vietato reagire fino al 2010, perché qualcuno ha detto che solo allora, la fortuna pioverà dal cielo. A questo mi ribello, a questo non ci sto. E’ un periodo difficile, ma la voglia di rimboccarsi le maniche non deve mancare, perché solo chi ha veramente voglia di scommettere, e solo chi veramente non accetta questa triste realtà e vuole cambiare le cose, potrà riuscire ad andare avanti. Quello che ha del paradossale, è come nonostante tutto, nonostante siamo sempre sommersi dalle tasse da pagare, il nostro caro governo, nei periodi di disgrazia chiuda gli occhi e approfitti della situazione. Un esempio: Il drammatico terremoto dell’Abruzzo. Nel periodo di crisi, dove le famiglie non arrivano a fine mese, sono piovuti una valanga di soldi dati in beneficienza da tutti i cittadini. Il governo doveva intervenire in qualche modo, se non arrivando a impedirle, quanto meno dicendo, “questa volta ci siamo noi, non c’è bisogno che un intera provincia venga ricostruita dai poveri italiani tassati, e martoriati dalla crisi globale, perché comunque noi le tasse le riscuotiamo ugualmente. Oggi ci siamo noi…” E invece valanghe di soldi sono arrivate dalle nostre tasche e usciti dal cuore, per mezzo di decine di iniziative. Soldi che dovevano uscire dalle casse statali, rimpinguate dalle nostre tasse che paghiamo, anche con la pretesa di essere tutelati dinnanzi a disgrazie del genere. E allora mi domando, quei soldi delle casse statali che dovevano essere spesi, ma che sono stati sostituiti dai nostri, adesso per cosa li spenderanno? O devo per forza credere che senza i nostri soldi, senza la nostra solidarietà il nostro governo non sarebbe riuscito a ricostruire il paese? Ma è colpa della crisi… anche questo.

Vi saluto adesso, con un abbraccio, e promettendovi che a settembre con il rientro dalle vacanze, ci saranno tantissime novità sul mio libro “IO. Una lacrima di Gioia”, riprenderanno le presentazioni e tornerò in mezzo a voi.

Giovanni Blandina

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giovanni.blandina@tiscali.it

venerdì 17 luglio 2009

Vogliamo anche noi giovani un futuro...

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Oggi non scrivo per raccontarvi le avventure del mio romanzo. Oggi vi scrivo per condividere con voi qualche mio pensiero, perché è mio piacere che voi mi conosciate oltre per i miei libri anche la mia persona. Rifletto spesso su cosa significa essere un autore emergente, e ricevo decine di mail di altri scrittori con cui ci confrontiamo. Quello che penso io, è che oggi emergere è difficile se non impossibile, e io credo che l’unico modo per riuscire ad ottenere qualche risultato sia sgomitare con tutte le forze, senza la speranza che qualcuno ci regali qualcosa, o che sia nostro diritto entrare nell’olimpo della notorietà solo perché abbiamo scritto “quattro righe”. Ed è chiaro che non è facile, e la percentuale di successo è ridotta a una sciocca illusione. Penso che questo aspetto, rifletta una realtà generalizzata nella nostra Italia e mi fa rabbia pensare quanto i giovani oggi siano costretti a sopravvivere in invisibili gabbie. So che scrivo qualcosa che porterà a forti critiche, ma sembra che viviamo anni in cui l’egoismo dei nostri padri o i nostri nonni faccia in modo di azzittire, e di nascondere in tutti i modi, il grido innovativo dei giovani che vogliono cambiare e vogliono migliorare. E’ chiaro il motivo. Perderebbero le loro cariche e verrà alla luce quanto il nostro sistema sia realmente obsoleto e controproducente. Siamo Italiani e ci conoscono in tutto il mondo per questo aspetto. Siamo franchi, chi ci governa, o chi ci comanda oggi non conosce i sistemi di comunicazione moderni, perché è naturale che non possa conoscerli. Arriva da una realtà e da un sistema che non ha più nulla da spartire con quelle che sono le necessità di oggi. Dov’è la politica proiettata al futuro? Perché, qualche anno fa, un semplice impiegato (con la quinta elementare) poteva acquistarsi casa e lasciare la moglie ad accudire i figli, e oggi stenta ad arrivare a fine mese. Chi veramente sta o è stato bene? Dibatto molto spesso di questi aspetti facendo paragoni con il passato, e l’unica cosa che mi sento rispondere è che “noi giovani abbiamo troppi vizzi”. Una risposta semplice che nasconde dietro ad un dito i reali problemi. Perché è questo il problema oggi. Tutti conosciamo i reali problemi che dovranno affrontare un domani i giovani ma nessuno li prende in mano con coraggio. Oggi l’affitto di un appartamento incide sul 60 % di uno stipendio REALE di un normale operaio. Una volta incideva per il 20% … La risposta a questo quesito è che noi siamo dei “bamboccioni” e non che la matematica non è un opinione. I nostri genitori avevano l’equocanone… ma come mai se lo sono dimenticato? I nostri genitori hanno avuto la possibilità di utilizzare il TFR per comperare la casa, noi il TFR DOBBIAMO utilizzarlo per garantirci una pensione, che in alcuni casi loro vedevano già a quarant’anni, e che noi vedremo a che età? E allora dico basta giudicare…

Cari Papà e cari Nonni, siete voi che ci avete messi al mondo, e voi dovevate garantirci un futuro, perché è il vostro dovere. Non vi chiediamo di farlo, ma solo di lasciarci lo spazio per crearcelo da soli.

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martedì 14 luglio 2009

"IO. Una lacrima di gioia" due mesi di successi...

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Dopo due mesi dall’uscita del mio nuovo romanzo, non posso che essere felice. Due mesi difficili, che mi hanno portato tutti i week end in giro per l’Italia, che hanno portato il mio nome in radio, lo hanno fatto scrivere sui giornali, lo hanno fatto vedere in televisione e che mi hanno premiato come “scrittore esordiente 2009” con il premio Cornelia. A tutti voi dico grazie. Grazie per il vostro affetto e grazie per il vostro entusiasmo e oggi ve lo voglio dire regalandovi un paio di pezzi del libro con la speranza che possano essere questi motivo di curiosità per volerlo leggere.

Ma non è finita, presto ci saranno altre grandi novità che vorro condividere con voi, ed è per questo che vi chiedo di continuare a seguirmi.

A presto

Giovanni Blandina

Dal cap. 1: Lucìe

Vivere l’ansia di una lunga attesa.

Vivere l’attesa di poter nascere e vivere l’ansia di scoprire per quale motivo sarei venuta al mondo. Non sono io la prima a dire che spesso l’attesa di un evento è più emozionante dell’evento stesso, e così per molto tempo il mio destino, incerto e imprevisto, sarebbe stato legato a lei. L’avrei seguita in ogni suo passo, avrei vissuto il sole dei suoi giorni e avrei riposato con lei in ogni sua notte di sonno. Lucìe era una dolce ragazza di trent’anni che viveva in una graziosa villetta a Ostia. Nel suo viso sottile i suoi occhi erano protagonisti. Due grandi pupille nocciola erano incastonate come diamanti nelle bianchissime sclere dove spesso mi specchiavo. Aveva la fortuna di essere nata e cresciuta in una ricca famiglia romana. Una ricchezza nata da tanta fatica e tanta sofferenza che tante lacrime aveva fatto versare. Lacrime ormai dimenticate, non per semplicità, ma per non farne nascere di nuove. È veramente strana la vita di una lacrima. Attende nascosta il momento di poter finalmente nascere, per poi miseramente morire dopo pochi secondi. Le più fortunate accarezzano il viso di chi le fa scorrere, le più sfortunate muoiono subito, spazzate via da una mano che non vuole che esse facciano il loro breve corso. Ogni lacrima ha una sua unicità, nasce in un preciso momento, drogata da fattori irripetibili. Alcune scorrono su un sorriso, altre su labbra tremolanti di pianto. Alcune sono di gioia, altre di dolore. Ecco il tormento che funestava i miei giorni. Ecco l’unico domanda che dava un senso alla mia esistenza. Frustrata da un’attesa indefinita, consapevole di nascere per morire, l’unica cosa che mi chiedevo ogni giorno era se sarei stata di gioia o di dolore.

Dal cap. 7:Io. Una lacrima

Non so cosa stesse succedendo nel resto del mondo quando Lucìe chiuse gli occhi. Ma non ne ero neanche incuriosita, stranamente. Osservavo il sonno della mia amica e mi gustavo la dolcezza che il suo volto, colto da una terribile stanchezza, emanava. Non stupitevi se nel raccontarvelo, decanto alcune sue sfaccettature. Noi lacrime abbiamo una sensibilità sconosciuta a molti. Già, finalmente mi sono chiamata per nome: Lacrima. Si, io ero una lacrima che viveva nei bei occhi di Lucìe, in attesa di nascere. Inutile continuare questa stupida omertà, sicuramente lo avete già capito da tempo. Non stupitevi, adesso. Tutto e tutti hanno una vita propria e possono “esistere”, e la cosa che mi ha sempre divertito di tutto questo, è il modo in cui le stesse cose, possono essere giudicate in modo diametralmente opposto in relazione di chi le osserva. Il raziocinio certo, non vive in me. Io attendo, nasco e vivo di emozione e giudico tutto e tutti solo ed esclusivamente in relazione a questo fattore. Non posso giudicare con la stessa vostra coscienza. Io sono semplicemente un fattore che costituisce il vostro pensiero nel suo insieme. Il cuore vive l’amore, la mente vive di razionalità, le mani di tatto, gli occhi vivono e giudicano in relazione alla bellezza della vista, ma ci siamo anche noi lacrime, e noi giudichiamo solo in relazione all’emozione che proviamo. Non possiamo dire quello che è giusto e quello che è sbagliato. Non è il nostro compito, e neanche nelle nostre capacità. Noi percepiamo, e vivendo possiamo, forse, anche riuscire a trasmettere. Quando una di noi è fortunata, riesce anche, nella sua breve vita, a far nascere un’altra di noi in un altro volto. Riusciamo a far capire, riusciamo a restituire l’emozione che qualcuno ci ha regalato in segno di ringraziamento. Su questa ferma certezza viviamo.

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giovanni.blandina@tiscali.it

martedì 7 luglio 2009

Vorrei ringraziare una persona...

Reazioni: 
Oggi vi scrivo per raccontarvi di un messaggio che ho ricevuto. Come
sapete, tutte le mie news sono anche su Facebook, e lì che ho contatti
con moltissime persone e dove giornalmente scambio decine di messaggi.
Ma ne ho ricevuto uno che mi ha fatto veramente un grande piacere. Un
grande piacere perchè arriva da fuori Italia, e non me lo sarei mai
aspettato. Ho pensato quindi di condividerlo con Voi tutti, perchè non
credevo che questo mio blog, potesse arrivare a tanto.

Mi scrive l'amica Manuela:

"attraverso il tuo blog e profilo riesco a mantenere un
po' di contatto con il mondo letterario in italia. per me, che sono da
tanti anni in svizzera, e' importante. complimenti anche per il tuo
impegno sul tema donazione del sangue e ovviamente anche per il premio
vinto! "


Ho pensato quindi di ringraziarla con questo post, perchè amo
le persone che mi stanno vicino e le ringrazierei una a una, ma
ovviamente non è possibile, ma questo caso è speciale...

A presto. Giovanni.